1613- 2013

L’ Èrca ricorda l’assedio con la stampa del calendario 2013 in edizione straordinaria

12-24 maggio

“Terra grossa ed importante, posta in fertilissimo sito, circondata da mura per la più parte eccetto in alcuni luoghi che è serrata da terrapieno,solita in caso di sospetto di guerra a guardarsi con un presidio.

Fa fuochi 188, bocche 2131”.  

 

Francesco Baronino ingegnere militare casalese del XVI secolo
Francesco Baronino ingegnere militare casalese del XVI secolo

Nizza è cinta da mura: un muro, partendo dalla cantonata verso Lanerio, costeggia il rivo Nizza, giunge verso nord fino al Belbo nel punto in cui apresi la porta di Belmonte.

Da questa staccasi l’altro muro lungo il Belbo fino alli moleggi designati in due case dove apresi un’altra porta detta di Calamandrana …da questa porta sino alla cantonata corre un muro che nel suo mezzo lascia una porta detta di Lanerio.

Nel muro che unisce la cantonata di Lanerio alla Porta di Belmonte apresi un’altra porta detta della Nizza. Da una all’altra porta vi sono le torri celle alla fine di ciascheduna strada.

Intorno alle mura corre la strada detta dello spalto”. 

Nicolò Ferrari “Relazione dell’assedio”

Nizza è una città molto nota per antichità e per numero di cittadini, si trova in un’ampia valle al di là del Tanaro,simile alla figura di un triangolo:con i fiumi Belbo che scorre a Meridione e la Nizza a Settentrione.

Circondata da elevati colli molto fertili; che deliziano per bellezza chiunque ci si affacci…

Vi si accede attraverso tre porte, l’occidentale di Lanerio, l’orientale di Belmonte,la terza rivolta a mezzogiorno, questa più piccola, più bassa del livello della campagna,nascosta per difesa, si chiama “del soccorso”…

E’ difesa tanto dalla solidità delle mura,quanto dalla profondità del fossato…

Da qui si va in Liguria attraverso la via centrale della città, onde c’è opportunità di ricchezze e abbondante guadagno grazie al commercio.

Per questo Nizza è desiderata dal Savoia che suppone un ingente bottino…L’undici del mese dei messaggeri portarono informazioni più sicure: già numerosi nemici simuovevano verso il luogo con l’intenzione di dare battaglia…” Antonio Possevini  “Belli Monferratensis Historia” edito nell’anno M. DC. XXXVII

Nizza  era una città ricca grazie al commercio e all’agricoltura fiorente che dava il vino allora più ricercato:la malvasia, ed i tartufi più pregiati (tartuffole) entrambi richiesti dalla corte dei Gonzaga. Il territorio era molto più vasto di quello odierno ed era abitato dai “terrazzani”.

Il popolo viveva relativamente bene … fino a quando scoppiò la “Prima guerra del Monferrato” tra Carlo Emanuele I di Savoia  e Ferdinando Gonzaga.

 

Perché l’assedio?

Carlo Emanuele I, duca di Savoia possedeva terre che  confinavano con Nizza,  governata dai Gonzaga di Mantova. 

Una figlia del Savoia, Margherita, sposò  Francesco Gonzaga  che morì  di vaiolo lasciando erede la sua bambina, Maria, nipote di Carlo Emanuele I.

Ella avrebbe dovuto ereditare il Ducato, ma lo zio, cardinale Ferdinando, ne usurpò il titolo e la mise nel convento di Sant’ Orsola a Mantova.

Il nonno materno colse l’occasione per rivendicare il Monferrato ed allargare i propri domìni, quindi iniziò la guerra assalendo le roccaforti monferrine dei Gonzaga.

Tra queste c’erano Alba e Nizza Monferrato, mentre Canelli era già terra dei Savoia.

 

Ferdinando , Duca  di Mantova e del Monferrato, non stette con le mani in mano: mise in allarme le città monferrine, ordinò di armare tutti gli uomini dai 18 ai 60 anni, inviò rinforzi ed armi e chiese che attorno a Nizza fosse abbattuto tutto ciò che poteva rappresentare un riparo per i Savoiardi. Cominciò la miseria; eravamo in maggio e grano, frutta, uva, ortaggi stavano maturando; i contadini dovettero distruggere tutto ciò che non poteva essere portato entro le mura di Nizza…il nemico non doveva trovare cibo. Le mura vennero rinforzate, si ammassò il grano ed il cibo per resistere all’assedio. La campagna restò pressoché deserta ed abbandonata. Resistettero i frati francescani dei conventi fuori le mura. 

 

Chi ne pagò le conseguenze?

Ferdinando , Duca di Mantova e del Monferrato, non stette con le mani in mano: mise in allarme tutte le città monferrine, ordinò di armare tutti gli uomini dai 18 ai 60 anni, inviò rinforzi ed armi e chiese che attorno a Nizza fosse abbattuto tutto ciò che poteva rappresentare un riparo per i Savoiardi. I cittadini non ne furono entusiasti: perdere tutto perché? Per chi?

Cominciò la miseria; eravamo in maggio e grano, frutta, uva, ortaggi stavano maturando; i contadini dovettero distruggere tutto ciò che non poteva essere portato entro le mura di Nizza…il nemico non doveva trovare cibo. Le mura vennero rinforzate, si ammassò il grano ed il cibo per resistere all’assedio.

La campagna restò pressoché deserta ed abbandonata.

Resistettero i frati francescani dei conventi fuori le mura, ma anche le chiese non furono rispettate!

Il sistema difensivo di Nizza è ben documentato in vari archivi, incluso quello di stato in Torino. Qui si può notare che Porta Lanerio ( cima di Nizza) era protetta da un fossato che veniva allagato in caso di guerra. Il rio Nizza, alla confluenza del Belbo, veniva sbarrato con una diga provvisoria, in modo che il livello dell’acqua crescesse fino a frenare improvvisi assalti. Esso era difeso da bastioni (attuale via 1613), terrapieni che riparavano la via sottostante le mura,chiamata spalto ( via Spalto Nord).

 

 

 

 

 

 

Il terrazzano lavorava e produceva ricchezza…  

 

 

 

 

 

 

 

...che finiva nelle tasche dei nobili signori locali

 

Quando? Come?

 

Il 12 maggio giorno di Domenica circa l’ore 14 venne nuova sicura, che le genti di Savoja vicine unite insieme s’avvanzavano per la valle verso Nizza”.

La cronaca dell’assedio fu scritta da più “storici” che ne diedero versioni addomesticate al fine di compiacere i Signori che le avevano commissionate.

Il libro del dott. Migliardi riporta quella del maestro di scuola Nicolò Ferrari, Nicese.

A quei tempi gli eserciti erano formati per la maggior parte da mercenari, non sempre pagati puntualmente;i “Signori” però garantivano loro il diritto di saccheggiare le case dei vinti e di abusare delle donne per un tempo stabilito.

E’ evidente che chi poteva, tentava di fuggire da luoghi tanto pericolosi… per questo il Sig. Governatore, nella piazza del Campanon, fece subito erigere una forca riservata ai fuggitivi ,agli spioni, ai malfattori e per “tener in freno i soldati e rendergli pronti alla ubbidienza”.

La relazione del Ferrari descrive i danni delle 851 cannonate sparate sulla città.

Il Convento delle suore benedettine, attuale Ospedale, fu tanto danneggiato da costringere le autorità a trasferire altrove le monache.

La torre del Campanon conserva ancora oggi due palle di cannone conficcate tra i suoi mattoni del lato nord.

Tre palle restano murate in una casa di via Gioberti ed un’altra lo è in via Cordara.

 

 

 

Carta delle fortificazioni orientata verso sud-ovest. Il “fondo di Nizza” è lo spigolo alla sinistra. I triangoli che sporgono dalle mura, revellini, erano dei terrapieni costruiti sul momento e permettevano un tiro incrociato che impediva l’avvicinamento alle mura.

 

 

I Nicesi dovevano inoltre guardarsi dai soldati “amici”; Nizza ne ospitava alcune migliaia del Duca di Mantova , tra cui molte truppe spagnole. Immaginiamo cosa potesse significare, in una città chiusa di circa tremila anime, convivere con seimila soldati !

Quali pensieri comportasse per gli uomini essere costretti a vegliare sui bastioni, sapendo indifese le loro donne. Ecco così che la Chiesa andò loro in aiuto: donne e bambini si riunivano nelle chiese, per invocare l’aiuto divino, per riposare.

Forse San Carlo Borromeo compì il miracolo della lampada per dare conforto a chi lungo i bastioni, contemplando le stelle in attesa dell’attacco nemico , si rodeva il fegato per non poter raggiungere la propria sposa.

San Carlo era davvero un tipo molto determinato… lo dimostrò pure a Nizza dove decise che se miracolo si dovesse fare, ebbene lo si facesse subito!

La lampada infatti si accese, senza stoppino e senza olio, nella notte di domenica 12: il primo giorno dell’assedio. 

 

Cosa?

Va da sé che riuscimmo a smarrire la lampada ed a cambiare di cappella il santo, per cui oggi la lampada del miracolo non c’è più e San Carlo ha traslocato… ma noi lo ricordiamo comunque!

Dalla porta della chiesa delle suore benedettine, in via Bona, è pure sparita una palla di cannone d’artiglieria di 63 libbre con un motto sopra: “Nec Domui Dei pepercit – Non risparmiò nemmeno la casa del Signore” ( si voleva ricordare la rovina del convento causata dai bombardamenti provenienti da piazza Garibaldi).

Durante l’assedio si combatteva pure una guerra “psicologica” fatta di motteggi urlati l’un contro l’altro; ma noi facemmo di più…“E con suoni di citare chitarre , violini e altri istromenti di luogo in luogo attorno a posti suoi davano bando alle noje e ai fastidi loro, cosa che accresceva la rabbia al nemico che gli sentiva”.

 

In questa pianta di Nizza è ben visibile, oltre al fossato che sorgeva al termine di via Carlo Alberto, la canalizzazione (bealera) di un tratto del Belbo utilizzata per portare acqua ai mulini e come difesa. I mulini erano indispensabili per quei tempi, quando i contadini portavano il proprio grano a macinare per poi utilizzare la farina per farne pane.

Prima dell’assedio, sapendo che i mulini sarebbero diventati facile preda dei Savoiardi, essendo al di fuori delle mura, il Governatore ordinò che in Nizza ne arrivassero di mobili, le cui macine erano mosse dalla forza dei cavalli.

Il ponte sul Belbo era situato al “fondo di Nizza” perché la strada per Acqui passava da lì. Esso era difeso da fortificazioni esterne alle mura; solo da lì avremmo potuto ricevere i soccorsi che provenivano da Acqui e così avvenne.

 

Gli assediati compivano spesso uscite improvvise per disturbare le attività nemiche ed impedire che i Savoiardi scavassero gallerie per minare le fondamenta delle mura.

Questa opera, però, era difficile da realizzarsi a Nizza perché il sottosuolo è ricco di acqua stagnante, essendo l’intera zona, in origine, una palude… ecco perché le nostre estati sono tanto afose e piene di fastidiosi insetti!

Molti architetti militari fecero progetti per fortificare la nostra città che fino al 1647 rappresentava uno snodo importante del territorio. L’ultimo assedio subìto avvenne dal 9 al 24maggio del 1647 per opera del Governatore dello stato di Milano (Spagnolo).In questa circostanza le mura furono abbattute ed i mattoni venduti ai soliti noti che ci costruirono i palazzi nobiliari che ancora oggi costituiscono gran parte del centro storico.

 

Conclusione

 

Venerdì 24 maggio. Giunti finalmente i soccorsi, il nemico forte di “nove milla fanti e ottocento cavalli” abbandonò il campo e lasciò l’assedio.

Non sappiamo quanto fossero felici i Nicesi che, visti allontanarsi i Savoiardi, accolsero “sedici milla fanti e due milla cavalli” amici… a cui dovettero dare ospitalità.

Il rombo dei cannoni e le grida sono cessate, nel silenzio pochi hanno voglia di festeggiare; tutto attorno c’è rovina.“Uscendo fuori i terrazzani videro le messi ed ogni altra sorte di biade segate e distrutte affatto, sì per il pascolo, e scorrerie de’ cavalli… per far capanne le viti furono spallate e nudate de’ palmiti e in parte tagliate insieme con li albori, i campestri edifici svaligiati senza porte e finestre, tolte via le ferrate.

Le stalle vacue di bestiame, e i poveri servi menati via in prigione…le cantine erano senza vino. I Tempii esistenti fuori delle mura eran pieni di lettame…le chiese saccheggiate…Il numero degli assediati che morirono furono di 26. Ma quanti fossero le centinaja delli nemici uccisi essi lo sanno, e so ben io…” Nicolò Ferrari

 

Che ne fu della piccola Maria, nipote dei Duchi Carlo Emanuele di Savoia e Ferdinando Gonzaga? Nel 1631, a soli 22 anni, rimase vedova; alla morte del suocero, Carlo I Gonzaga-Nevers, nel 1637 assunse la reggenza del ducato fino al 1647, durante il periodo di minore età del figlio Carlo II, erede designato.

Fu forse l'ultimo grande personaggio della dinastia dei Gonzaga: lavorò duramente per risollevare il ducato. Morì all’età di 59 anni, pace all’anima sua.

Il 16 agosto 1708 il Monferrato passò definitivamente al Ducato dei Savoia.

 

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